Siamo prossimi alla conclusione del ciclo di storie cominciato pochi mesi fa, ma prima di avviarci al finale, Fire and Stone si sposta dall’universo di Alien a quello di Predator. Se negli scorsi mesi gli Xenomorfi e gli Ingegneri hanno rappresentato la principale minaccia per gli umani, in questo quarto volume gli umani protagonisti saranno delle vere e proprie prede. All’inseguimento, però, ci sono i migliori cacciatori dell’Universo.

Tutto è partito da LV223, uno dei tanti pianeti dell’Alienverse, ma sicuramente il più famoso. In Predator: FIre and Stone ci troviamo nello spazio profondo, nel Sistema Zeta 2 Reticuli e ritroviamo anche Galgo, personaggio apparso fin dal primo volume di questo ciclo di storie, che ormai potremmo definire se non il protagonista dello stesso, almeno uno dei personaggi principali e meglio rappresentati. A farla da padrone in questo nuovo volume è il senso di claustrofobia che si era un po’ persa nei volumi precedenti. Nel giro di poche pagine lo scontro tra gli umani e un solo Predator è chiaramente impari e Galgo correrà fin da subito il rischio di essere catturato (o molto peggio). Ma se fosse tutto così semplice, non avremmo avuto quello che, forse, è il miglior volume del ciclo, fino a questo momento. Il fattore determinante di questa ottima riuscita è quello a cui non ho ancora fatto riferimento ovvero il reparto artistico: se da un lato abbiamo gli ottimi disegni di Christopher Mooneyham, dall’altro è la sceneggiatura di Joshua Williamson ad elevare il livello del volume.

Ritengo lo sceneggiatore Joshua Williamson una delle migliori “penne” del fumetto statunitense attive in questo momento. Solo per citare un’altra sua serie che è un must have, vi invito a leggere Birthright, sempre edito in Italia da saldaPress. In questo volume di Fire and Stone, Williamson non solo è bravo a fornire la giusta ambientazione asfissiante e terrificante (ovviamente ben coadiuvato dal comparto grafico di Mooneyham), ma riesce a fornire i giusti spunti per inquadrare al meglio i protagonisti del suo racconto, anche quando si tratta di fornirci dettagli sul trascorso personale del Predator a caccia di umani. Anzi, in questi casi direi che è ancor più efficace, perché riesce a dare la percezione della personalità e degli intenti di una figura che, a voler essere oggettivi, è un mostro sotto ogni aspetto. Grazie a questi interessantissimi spunti narrativi, il quadro complessivo dei protagonisti è molto più sfumato, eterogeneo ed omogeneo allo stesso tempo. Eterogeneo perché il risultato finale è dato da una miriade di piccoli aspetti; omogeneo perché, appunto, il tutto si fonde e dona coerenza e credibilità alla narrazione nel suo complesso.

In soli quattro capitoli Williamson e Mooneyham, quindi, non solo raccontano un’ottima storia, coerente e ben coesa con tutti i capitoli precedenti, ma si prendono anche il giusto spazio per raccontare la propria storia, fatta di delicati rapporti di collaborazione, di ambiguità degli stessi e di inaspettata vicinanza tra estremi. Questi possono essere la relatività fra preda e predatore (un principio secondo cui si può essere prede di qualcuno ma predatori di qualcun altro) oppure il classico rapporto di “alleanza” tra rivali per raggiungere uno scopo comune. Insomma una storia che è di qualità elevata prima di tutto per i suoi fattori determinanti quali caratterizzazione dei personaggi, giusta dose di colpi di scena e momenti di quiete, pur rimanendo saldamente ancorata ai binari di un ciclo di storie. Gli autori non si risparmiano nemmeno dal punto di visto dell’azione, sia nelle fasi iniziali, quando si tratta di mostrare “la caccia”, sia in quelle più avanzate dello scontro più fisico.

Può sembrare strano da leggere, ma, sebbene Fire and Stone sia un ciclo di storie in cui gli Xenomorfi dovrebbero essere la maggiore attrattiva, la presenza dei Predator è stata di gran lunga rivitalizzante sul lungo percorso. L’inizio un po’ incerto con il primo volume Prometheus: Fire and Stone è stato sicuramente uno svantaggio, ma storia dopo storia si è avuto un progressivo miglioramento. Ovviamente per Predator: Fire and Stone questo miglioramento è da imputare maggiormente alla qualità del duo artistico all’opera, di sicuro il migliore visto finora. Infatti, alle motivazioni di cui sopra (che riguardano principalmente la sceneggiatura di Williamson), bisogna aggiungere che i disegni di Mooneyham seguono alla perfezione l’andamento della storia. Andare da claustrofobici interni a terrificanti foreste, passando per combattimenti tra alieni e umani e tra alieni e alieni, non è cosa semplice e Mooneyham riesce a mantenere il proprio stile, modellandolo a seconda delle scene da rappresentare. Una grande coppia artistica quindi, per un grande quarto volume di un ciclo che potrebbe riservare un ottimo finale. Per questa recensione è tutto, ci rileggiamo prossimamente anche col finale del ciclo Fire and Stone. Alla prossima.

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