Per tutti quelli nati come me nel 1989, la caduta del muro di Berlino ha significato nascere in un mondo in fase di riprogrammazione, un mondo non nuovo ma che andava riscoprendo le proprie potenzialità umane. Alessandro Bilotta e Matteo Mosca ci fanno però addentrare nella Berlino Est del periodo peggiore della divisione tra le due Germanie, realizzando un ritratto vivido ed emotivamente cruento di quegli anni. Questa è la recensione di Friedrichstrasse, #16 della collana Le Storie.


Bilotta è sempre stato uno dei miei scrittori preferiti, ha realizzato una trilogia meravigliosa su Dylan Dog (quella sul futuro “zombesco” alternativo) ma ero curioso di vederlo all’opera su un progetto a più ampio respiro, una storia che gli permettesse di liberare maggiormente il proprio potenziale scrittorio. Friesdrichstrasse sembra proprio la realizzazione di questo desiderio personale.

Partiamo dal titolo. Oltre a fare riferimento ad un quartiere di Berlino Est, particolarmente vicino alla zona del muro, nel titolo del volume riecheggia anche il nome del protagonista, Friedrich appunto. Agente della Stasi (nome popolare della polizia politica, la Ministerium fur Staatssichereit), vive una vita apparentemente vuota, svolge il suo lavoro in modo freddo e distaccato, senza essere coinvolto emotivamente in quello che fa. Solo una cosa pare alleggerire il carico gravoso che pesa sulle sue spalle: ogni giorno, torna a casa da lavoro e ascolta la dolce voce di Marlene Becker, cantante del regime. Ma quando si tratterà di dover indagare proprio sulla Becker, ecco che Friedrich entrerà in crisi e sarà costretto a scoprirsi pur di salvarle la vita. La bravura dello scrittore sta proprio nella caratterizzazione del personaggio, incastrato in un ruolo più grande di lui: a metà strada tra Hans Landa e il signor Shindler, il suo è un animo tormentato non solo dal ruolo che ricopre, ma anche dal proprio passato difficile, da una famiglia dissidente che l’ha ripudiato. Il riscatto del personaggio non sarà semplice soprattutto perché Bilotta è bravo a porre in essere un’idea fondamentale: in certi casi, non importa quanto tu sia cattivo, riuscirai sempre a farla franca però devi avere la consapevolezza che a pagare potrebbe essere qualcun altro; Friedrichstrasse sembra quindi la storia sugli effetti collaterali, sulla fiducia tradita e sulla fiducia mal riposta, la storia a tinte forti che ti lancia un messaggio fortissimo in pieno volto, nella speranza che ogni evento del passato possa servire da insegnamento per il futuro.

L’emotività che traspare dai dialoghi è però accentuata dalle matite di Matteo Mosca, abile a ritrarre gli stati d’animo che si sposano alla perfezione col contesto. Ogni scorcio della Berlino tormentata degli anni ’80 funge da cassa di risonanza per la complessa situazione vissuta dai personaggi della storia. In un’atmosfera a cavallo tra l’utopia distopica di Orwell e i forti contrasti di film come Il cielo sopra Berlino, in un contesto urbano senza tempo, perennemente spoglio e cupo (la maggior parte delle scene si svolgono di sera) il disegnatore Mosca è un’abile ritrattista di volti come di emozioni, di strade squallide e interni angoscianti. Indubbiamente questa è una di quelle storie che si possono leggere solo in bianco e nero, dove i contasti della narrazione sono anche i contrasti delle matite, dove si realizza una vera lotta per la sopravvivenza dell’uomo inteso come genere d’appartenenza universale. Un fortissimo ritratto di qualcosa che ci sembra lontano ma che in realtà lontano non è, luoghi in cui la morte aleggiava silenziosa ma era sulla bocca di tutti.

La bravura di Bilotta non sta solo nel coinvolgimento emotivo, ma soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi secondari, molti comprimari fanno apparizioni fugaci eppure sono la rappresentazione di tipi umani, ognuno di loro è un tassello necessario nella storia, che è asciutta e cruda, senza mai sforare nel cliché, nel già visto o nell’incredibile e patetico. Ogni apparizione è studiata e serve all’autore a mostrare un generico sentimento vissuto in quegli anni da molti; la storia in definitiva si presenta come una vera allegoria di quegli anni: quando non hai nessun tipo di libertà, quando l’aria che respiri è l’unica cosa che non possono toglierti e quando devi diffidare anche dei tuoi famigliari, la natura umana si frammenta e crea tantissimi casi diversi, ognuno agisce in questa realtà in modo completamente differente e le differenze divengono macroscopiche, ci allontanano e ci impoveriscono.

Consiglio la lettura di questo fumetto a tutti gli amanti delle storie dure, a chi sa che da questa arte contemporanea si può ricevere anche un’emozione forte, a chi è consapevole che ogni tanto bisogna ringraziare un autore per quello che ti trasmette, anche se è un messaggio difficile da digerire. E vorrei concludere ringraziando Bilotta e Mosca.

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